AI in CdA: perché nominare un esperto non risolve il problema della governance

Il nuovo amuleto dei CdA italiani si chiama "consigliere esperto di AI". Non basta: senza una catena chiara di accountability sotto il board, resta supervisione sulla carta

LEADERSHIP & MANAGEMENTDIGITALINDUSTRY TRANSFORMATIONAI STRATEGYPRIVATE EQUITY & VC

Silvio Fontaneto

9/15/20265 min read

Negli ultimi dodici mesi pochi temi sono saliti nell'agenda dei Consigli di Amministrazione con la stessa urgenza dell'intelligenza artificiale. Sotto la spinta congiunta della piena applicabilità del Regolamento UE sull'Intelligenza Artificiale, delle linee guida emanate dalle autorità nazionali e della pressione dei mercati sui guadagni di produttività, i board si trovano a dover deliberare su investimenti, rischi operativi e impatti reputazionali senza precedenti. Di fronte a questa complessità, molti consigli hanno reagito cercando una scorciatoia rassicurante: cooptare un "esperto di AI" all'interno dell'organo collegiale o istituire un comitato consultivo tecnologico esterno. La logica è comprensibile: se il rischio è tecnico, si presume basti un tecnico a presidiarlo. Ma la governance non funziona per sostituzione di competenza, funziona per distribuzione di responsabilità, e questa distinzione è precisamente ciò che la scorciatoia dell'esperto tende a offuscare.

Il rischio è che questa scorciatoia elude il problema reale. Questo non significa che il board debba rinunciare all'alfabetizzazione tecnologica: significa comprendere che la supervisione del management non richiede un ingegnere informatico nel consiglio, richiede il metodo e le domande giuste. Il vero nodo della governance dell'intelligenza artificiale oggi non è l'assenza di un data scientist seduto al tavolo del consiglio; è la mancanza di una catena solida di accountability manageriale, di metriche di valore economico verificabili e di capacità esecutiva tra il board e la prima linea aziendale. La distinzione conta perché orienta la soluzione: un consiglio che confonde alfabetizzazione con esecuzione tecnica rischia di risolvere il problema sbagliato, aggiungendo un profilo invece di correggere un processo.

L'illusione dell'esperto isolato

La cooptazione di un profilo iper-verticale all'interno del consiglio di amministrazione produce spesso due effetti collaterali distorsivi che indeboliscono la collegialità dell'organo, un principio cardine del Codice di Corporate Governance.

Il primo effetto è la delega psicologica: il resto del consiglio, a partire dagli amministratori indipendenti e dai componenti del Comitato Controllo e Rischi, tende ad abdicare alla propria funzione di vigilanza critica, assumendo tacitamente che "ci sia già l'esperto a presidiare la materia". Il secondo è la frattura semantica: un profilo prettamente tecnologico, privo di una consolidata visione d'impresa, fatica a tradurre il funzionamento di un algoritmo o la complessità di una pipeline dati in decisioni su allocazione del capitale, conto economico, Enterprise Risk Management e continuità operativa. Il risultato pratico è un consiglio che si sente più coperto sulla carta, ma che non ha acquisito una capacità di supervisione realmente diversa da prima.

La storia recente della corporate governance offre un precedente trasparente con la cybersecurity. Quando i consigli hanno cercato di presidiare il rischio informatico invitando sporadicamente il CISO o cercando consiglieri con background da hacker etico, i risultati sono stati modesti: la responsabilità restava frammentata e il rischio continuava a materializzarsi negli stessi punti ciechi. Il salto di qualità si è verificato solo quando la sicurezza è diventata parte integrante della matrice dei rischi aziendali, con budget dedicati, obblighi di reporting periodici e responsabilità univoche assegnate al management esecutivo, non a un singolo membro del board. Con l'AI si ripropone esattamente lo stesso schema, ma con una velocità d'impatto industriale quadruplicata: i modelli evolvono e vengono adottati in produzione più rapidamente di quanto un board riesca ad aggiornare la propria mappa dei rischi, il che rende ancora meno sensato affidare la supervisione a una singola competenza tecnica statica.

Le cinque domande che il board deve porre al CEO

Il ruolo fiduciario e di indirizzo strategico del consiglio non si esercita discutendo di modelli fondativi o benchmark tecnici, ma interrogando l'amministratore delegato e il leadership team su cinque punti strutturali:

Allineamento al valore industriale: quali casi d'uso AI sono formalmente collegati a leve strategiche di crescita dei ricavi, produttività operativa o posizionamento competitivo, e quali sono invece semplici sperimentazioni di facciata? Il consiglio deve pretendere che il management distingua tra piloti di comunicazione e progetti a ritorno economico misurabile, con una scadenza definita entro cui quel ritorno deve essere dimostrato.

Mappa della responsabilità su dati e modelli: chi risponde formalmente della provenienza e legalità dei dati aziendali utilizzati, del data lineage e della dipendenza contrattuale da singoli fornitori di foundation model? Se la decisione è dispersa tra IT, marketing e singole business unit senza un punto di sintesi identificabile, l'azienda non ha una strategia: è in una condizione di shadow AI diffusa, dove ogni funzione sceglie i propri strumenti senza un quadro di responsabilità condiviso.

Accountability su rischi e conformità: chi firma formalmente la valutazione dei rischi per i sistemi che ricadono nell'Allegato III del Regolamento UE sull'Intelligenza Artificiale, ad alto rischio come screening HR, scoring creditizio o infrastrutture critiche, e chi risponde dei controlli su bias, accuratezza e violazione della proprietà intellettuale?

Metriche e protocollo di escalation: il board dispone di una matrice di escalation trasparente che definisca quando un disallineamento dell'AI debba salire ai comitati consiliari? In una governance efficace la catena è chiara: anomalia algoritmica o violazione di compliance, notifica immediata al CRO o alla funzione Legal entro 24-48 ore, informativa al Comitato Controllo e Rischi, attivazione del CdA per i soli impatti materiali o reputazionali. Senza questa gerarchia, il board naviga al buio e scopre i problemi solo quando sono già diventati incidenti.

Execution capability del leadership team: la prima linea manageriale, CFO, COO, CHRO e General Counsel, possiede la maturità per integrare l'AI nei propri processi, o la trasformazione è delegata a team tecnici isolati che non incidono sul core business? Un board che non pone questa domanda finisce per valutare progetti pilota isolati invece della reale capacità di trasformazione dell'organizzazione.

Nelle ricerche esecutive per ruoli di vertice e nelle board evaluation che conduciamo sul mercato italiano, la costante è sempre la stessa: i progetti AI non si arenano per limiti del software, ma per la frattura interna tra chi governa il business e chi gestisce dati, compliance e persone. Le organizzazioni che procedono con più solidità non sono quelle con il consigliere più esperto di tecnologia, ma quelle in cui il CEO ha già assegnato in modo esplicito chi risponde di cosa, prima ancora che il board lo chieda.

Il divario non è tecnologico, è organizzativo

Per un CdA, garantire una solida AI governance non significa delegare la partita al CIO o al responsabile tecnologico. Significa pretendere che il CEO costruisca una leadership integrata, capace di far dialogare le direzioni operative, legali e HR con obiettivi e metriche condivise. È la capacità di esecuzione del management, e non il prestigio accademico dell'advisor esterno, a determinare se l'azienda estrarrà valore duraturo dalla tecnologia o se accumulerà soltanto passività legali e investimenti improduttivi. Un board può cooptare tutti gli esperti che vuole: se la catena di responsabilità sotto di esso resta indefinita, la supervisione resterà nominale.

Governare l'intelligenza artificiale in consiglio di amministrazione non richiede consiglieri capaci di scrivere codice. Richiede consiglieri capaci di verificare che l'azienda disponga delle deleghe, delle responsabilità e della leadership necessarie per governare gli algoritmi invece di subirli.

Silvio Fontaneto è Senior Partner, Beaumont Group, dove guida la Tech & Digital Executive Search Practice per l'Italia, con un focus su Board Advisory, C-Level search in ambito AI, Governance e trasformazione organizzativa. Autore di "Stop Fearing AI" e della trilogia "The Vector".

Esplora il Knowledge Hub completo: www.silviofontaneto.com 📬 Iscriviti alla newsletter "AI Impact on Business" per ricevere analisi settimanali: LinkedIn Newsletter Approfondisci: www.silviofontaneto.com/articles (filtra: AI Strategy / Executive Search)

#AIGovernance #Boardroom #CorporateGovernance #ConsigliDiAmministrazione #ExecutiveSearch #Leadership #AIAct #RiskManagement #BoardEffectiveness

Connect

Reach out for tailored AI leadership guidance

Email

© 2026 Silvio Fontaneto. All rights reserved.