Data center in Italia: il superciclo è già cominciato. E il capitale umano non è ancora pronto.
Ci sono settori che crescono e settori che cambiano scala. I data center in Italia stanno facendo entrambe le cose simultaneamente, e la velocità con cui questo accade sorprende anche chi li osserva dall'interno. Chi non li osserva affatto rischia di trovarsi a progettare strategie digitali e di AI su fondamenta che altri stanno posando, con tempi e capacità che non dipendono dalle decisioni aziendali ma da investimenti infrastrutturali già avviati e difficilmente reversibili.
EXECUTIVE SEARCHINDUSTRY TRANSFORMATIONAI STRATEGYPRIVATE EQUITY & VCITALIANODIGITAL


Data center in Italia: il superciclo è già cominciato. E il capitale umano non è ancora pronto.
All'evento "Asset reali, rendimenti reali – Chi guadagna davvero tra real estate, hospitality e infrastrutture", organizzato da Bebeez, Luca Beltramino, presidente e co-founder di IDA, Italian Datacenter Association, e VP Italy di EdgeConneX (EQT), ha tracciato un quadro del mercato italiano dei data center che vale la pena leggere con attenzione. Non perché riguardi un settore di nicchia, ma perché descrive la trasformazione dell'infrastruttura su cui girerà l'economia digitale italiana nei prossimi vent'anni.
Ci sono settori che crescono e settori che cambiano scala. I data center in Italia stanno facendo entrambe le cose simultaneamente, e la velocità con cui questo accade sorprende anche chi li osserva dall'interno. Chi non li osserva affatto rischia di trovarsi a progettare strategie digitali e di AI su fondamenta che altri stanno posando, con tempi e capacità che non dipendono dalle decisioni aziendali ma da investimenti infrastrutturali già avviati e difficilmente reversibili.
Una data economy che vale 60 miliardi e resta sotto la media europea
Il punto di partenza, come lo ha descritto Beltramino durante il convegno Bebeez, è questo: la data economy italiana vale oggi circa 60 miliardi di euro, pari al 2,8% del PIL. Di questi, 15 miliardi sono generati direttamente dagli operatori di data center, mentre la parte restante comprende servizi cloud, intelligenza artificiale e pagamenti digitali. Il dato è rilevante, ma il confronto europeo rivela immediatamente lo spazio che rimane da percorrere: la media UE si colloca attorno al 5% del PIL. L'Italia, nonostante le dimensioni economiche e la posizione geografica, è ancora significativamente al di sotto della media continentale.
Questo gap non è una patologia del sistema: è una misura dell'opportunità. E i capitali internazionali l'hanno già letta in questi termini. Microsoft ha raddoppiato il proprio impegno in Italia a 10 miliardi di euro tra il 2025 e il 2026. Amazon Web Services ha annunciato 1,2 miliardi per l'espansione della propria regione AWS. EdgeConneX, controllata da EQT, ha scelto la Lombardia per un investimento da 3 miliardi di euro nello sviluppo di tre data center, a cui il governo italiano ha riconosciuto lo status di investimento strategico nazionale. Queste non sono dichiarazioni di intenzione: sono impegni di capitale già in esecuzione.
I numeri della "Ricerca di Mercato 2025" di IDA: un cambio di scala senza precedenti
La "Ricerca di Mercato 2025 – Status dei Data Center in Italia", presentata da IDA al Data Center Symposium di Roma nell'ottobre 2025, fotografa con precisione le dimensioni di questa trasformazione. Nel 2024 la capacità complessiva dei data center commerciali italiani si attestava a 287 MW, con una crescita del 6% rispetto all'anno precedente. Ma è la traiettoria futura a definire il contesto reale.
Attualmente sono in costruzione impianti per ulteriori 343 MW, mentre 1.684 MW risultano già pianificati. La proiezione di IDA porta la capacità italiana a 1.522 MW entro il 2029, quasi sei volte quella del 2024, con un tasso di crescita annuo composto del 40%. Entro il 2031 la stima sale a 2 GW, con un incremento del 600% rispetto alla base attuale. Gli investimenti complessivi previsti nei prossimi cinque anni ammontano a 21,8 miliardi di euro, con un picco di quasi 5 miliardi annui nella fase più intensa della costruzione. Come ha sottolineato Beltramino al convegno Bebeez, la capacità installata tra la fine del 2025 e il 2026 supererà tutta quella esistente: nel giro di dodici mesi l'Italia raddoppia ciò che ha costruito in decenni.
La geografia si ridisegna: da Milano verso il Mediterraneo digitale
Milano rimane il polo dominante dell'ecosistema italiano, unica città ad aver raggiunto i livelli di maturità dei grandi hub europei del gruppo FLAP-D, ovvero Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino. Circa 60 delle 160-170 strutture presenti sul territorio nazionale sono concentrate nell'area milanese e nel suo hinterland. Ma IDA segnala con chiarezza che questa concentrazione ha raggiunto una soglia di saturazione virtuale, e che il mercato si sta ridisegnando su una geografia più ampia.
Genova emerge come caso di studio particolarmente significativo. La presenza di cavi sottomarini internazionali, tra cui "2Africa" gestito da Equinix, la posiziona come hub strategico per le interconnessioni verso Africa, Medio Oriente e Asia. Bari, Napoli e Palermo si candidano a svolgere un ruolo analogo nel Mediterraneo orientale e meridionale, beneficiando di una posizione geografica che diventa sempre più rilevante man mano che la capacità dei cavi sottomarini nel Mediterraneo cresce, come indicano le stime IDA, di dieci volte nei prossimi cinque anni.
Beltramino ha citato il caso di Settimo Milanese come esempio di come questa espansione stia trasformando concretamente il territorio. I data center vengono spesso costruiti su aree brownfield, ex zone industriali abbandonate che vengono bonificate e restituite al territorio come infrastruttura tecnologica. È reindustrializzazione nel senso più preciso del termine, e ha generato a Settimo Milanese il sostegno attivo delle amministrazioni locali.
A livello di sistema, le iniziative pubbliche aggiungono un ulteriore strato di ambizione. L'Unione Europea sta finanziando e incentivando gli investimenti nelle infrastrutture per l'AI con l'obiettivo dichiarato di triplicare la capacità dei data center europei. Il Polo Strategico Nazionale punta alla creazione di quattro data center nazionali principali e di decine di hub regionali. A Bologna è in corso di realizzazione una delle principali AI Factory del continente.
Il modello di business e perché il capitale ci crede
Uno degli aspetti che Beltramino ha illustrato con maggiore chiarezza al convegno Bebeez riguarda la struttura economica del settore e le ragioni per cui attrae capitali con profili di rischio conservativi. In molti casi si costruisce su commissione, con gli spazi già venduti in anticipo ai grandi provider cloud, i cosiddetti hyperscaler, che raddoppiano la propria capacità mediamente ogni tre anni. Il rischio di mercato è quindi strutturalmente contenuto fin dalla fase di sviluppo, il che rende questi asset particolarmente adatti agli investitori istituzionali che cercano rendimenti stabili su orizzonti lunghi.
I rendimenti operativi riflettono questa solidità: l'EBITDA dei data center, secondo Beltramino, può raggiungere il 40-60% già intorno al terzo anno di operatività. I multipli di uscita si collocano mediamente tra 16 e 18 volte l'EBITDA, con punte di 22-24 volte per pacchetti di infrastrutture integrate. Parametri che non hanno molti equivalenti nel panorama dei real asset tradizionali, con barriere all'ingresso elevate e domanda contrattualizzata che riduce significativamente la volatilità dei ritorni nel tempo.
L'AI come acceleratore e il paradosso energetico
Se il cloud tradizionale ha guidato la prima ondata di investimenti nei data center, l'intelligenza artificiale sta ridefinendo le dimensioni e la velocità dell'intera partita. Beltramino è stato esplicito: l'AI rappresenterà l'80% degli investimenti tecnologici nei prossimi quattro-cinque anni, e i dati IDA confermano questa direzione con la medesima precisione.
Ciò che distingue l'AI come driver di domanda è che i carichi di lavoro AI non richiedono prossimità geografica all'utente finale. Si insediano dove c'è energia, connettività e permessi che arrivino in tempi certi. Questo significa che la competizione per attrarre questi investimenti è globale, e si vince o si perde su variabili molto concrete.
Il tema energetico va affrontato con la precisione che merita, evitando sia la demonizzazione che il trionfalismo. I data center consumano oggi circa l'1,5% dell'energia mondiale, una quota che potrebbe salire al 3-4% con la diffusione dell'AI. Ma va letto nel contesto dell'efficienza che l'AI genera nei settori che la utilizzano: le stime indicano risparmi energetici tra il 15% e il 30% in settori come automotive, real estate e manufacturing. Come ha sintetizzato Beltramino, i data center non sono semplicemente grandi consumatori di energia: sono trasformatori di energia in efficienza sistemica, con un bilancio che va valutato sull'intera catena economica.
Il collo di bottiglia che rischia di costare più dei megawatt
Il principale vincolo che Beltramino ha identificato con chiarezza, e che IDA riporta con identica urgenza nelle proprie analisi, non è tecnologico né finanziario. Riguarda i tempi autorizzativi e l'accesso alla rete elettrica.
In Europa la costruzione di un data center richiede mediamente tra i 12 e i 15 mesi. In Italia i tempi oscillano tra i 24 e i 30 mesi, con i ritardi che si concentrano soprattutto nelle procedure per i collegamenti elettrici. Il confronto con i mercati concorrenti è diretto: in Aragona i grandi operatori cloud stanno costruendo massicciamente, attratti da iter autorizzativi rapidi. I paesi nordici competono sul costo dell'energia e sul raffreddamento naturale.
Il quadro normativo si sta muovendo nella direzione corretta. Lo European Artificial Intelligence and Cloud Act impone agli Stati di riconoscere i data center come asset strategici, e la legge italiana ha recepito questa visione anche grazie al lavoro istituzionale di IDA. Ma la distanza tra la norma scritta e la sua applicazione operativa rimane il nodo da sciogliere con maggiore urgenza.
Il capitale umano che nessuno sta ancora cercando nel modo giusto
C'è una dimensione di questa trasformazione che emerge con chiarezza dai dati IDA e riceve nella discussione pubblica molta meno attenzione rispetto ai megawatt e ai miliardi annunciati. I data center in colocation e hyperscale impiegano oggi in Italia circa 1.200 professionisti a tempo pieno. Entro il 2029 quel numero dovrebbe avvicinarsi a 6.000. Una crescita di cinque volte in quattro anni, in un settore che non dispone ancora di una filiera formativa strutturata né di un mercato del lavoro specializzato capace di rispondere a quella velocità.
I profili che questo settore richiede non sono quelli tradizionalmente associati all'IT aziendale. Gestire un campus hyperscale da centinaia di megawatt significa integrare competenze di facility management avanzato, ingegneria elettrica ad alta tensione, sistemi di raffreddamento per carichi AI ad altissima densità, cybersecurity fisica e logica, supply chain dell'energia e compliance normativa in evoluzione accelerata.
A livello di leadership, questa convergenza crea una figura che il mercato non ha ancora imparato a cercare con la giusta sistematicità. Il leader che sa tenere insieme la dimensione infrastrutturale fisica, quella energetica, quella AI come carico computazionale specifico e quella regolatorio-istituzionale non è una variante del CTO tradizionale, né del COO di un'utility. È un profilo nuovo, che ancora non ha un nome standardizzato e che va costruito attivamente, sia attraverso percorsi di sviluppo interni sia attraverso una ricerca che sappia guardare fuori dai confini convenzionali del settore. Chi sta già investendo in questa direzione, sia come operatore che come investitore, si troverà in vantaggio non solo nell'execution operativa ma nella capacità di attrarre talenti che il mercato comincerà a contendersi con intensità crescente.
Le domande che chi si occupa di AI e di organizzazioni dovrebbe porsi adesso
L'infrastruttura dei data center non è un tema per specialisti di settore. È la base fisica su cui l'intelligenza artificiale opera, scala e produce valore nelle organizzazioni. Chi progetta strategie AI senza considerare questa dimensione sta operando su variabili che altri stanno definendo.
La crescita programmata della capacità italiana, gli investimenti degli hyperscaler, la posizione del Paese nel Mediterraneo digitale: tutto questo riduce la latenza, migliora le prestazioni e abbassa progressivamente il costo di accesso a infrastruttura AI di qualità per le imprese italiane. Non è politica industriale astratta. È una variabile concreta nei piani di adozione AI di qualsiasi organizzazione che voglia prendere decisioni con un orizzonte di cinque anni.
Rimangono tre domande operative che vale la pena porre con serietà. La prima: la nostra strategia AI considera la qualità e la disponibilità dell'infrastruttura su cui girerà nei prossimi anni, o si limita a ottimizzare ciò che è già disponibile oggi? La seconda: abbiamo nel team le competenze per valutare e gestire le scelte infrastrutturali che l'AI richiederà, o quelle competenze sono ancora fuori dal perimetro organizzativo? La terza: i leader che stiamo cercando o sviluppando sanno operare all'intersezione tra tecnologia, energia e strategia che questo scenario richiede, o stiamo ancora cercando figure definite dai confini di settori che stanno convergendo?
Il superciclo descritto da IDA e dal convegno Bebeez non è una previsione ottimistica: è già in corso. Chi ha responsabilità organizzative, di investimento o di leadership ha ancora il tempo per posizionarsi in modo intelligente. Ma quel tempo non è illimitato.
Fonti: IDA, Italian Datacenter Association (italiandatacenter.com) – "Ricerca di Mercato 2025 – Status dei Data Center in Italia", Data Center Symposium, Roma, ottobre 2025. Intervento di Luca Beltramino, presidente e co-founder di IDA e VP Italy di EdgeConneX (EQT), tavola rotonda "Infrastrutture: perché i capitali scelgono energia e data center in Occidente o volano nei paesi emergenti", evento Bebeez "Asset reali, rendimenti reali", Milano, giugno 2026. Dati Microsoft e AWS da annunci pubblici.
Silvio Fontaneto è Strategic Advisor e Executive Search specialist in Digital, Tech e AI. Senior Partner, Beaumont Group (www.beaumontgroup.com). Autore di "Stop Fearing AI".
Esplora il Knowledge Hub completo: www.silviofontaneto.com
📬 Iscriviti alla newsletter "AI Impact on Business": https://www.linkedin.com/newsletters/ai-impact-on-business-7326519028552765440/
Approfondisci: www.silviofontaneto.com/articles (filtra: Industry Transformation)
Connect
Reach out for tailored AI leadership guidance
© 2026 Silvio Fontaneto. All rights reserved.