Il 90% delle aziende dice che l'AI ha cambiato tutto. Solo il 18% ne vede i ricavi: chi sono i leader dell'altro 18%
I Leader hanno 4 volte più probabilità di scalare l'AI agentica, definiscono casi d'uso misurabili nel 73% dei casi (contro il 22%) e investono in upskilling nel 93% dei casi (contro il 20%). La differenza non è la tecnologia: è la leadership.
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HCLTech ha pubblicato il 21 luglio 2026 "The Blueprint for AI Leadership", ricerca condotta con Raconteur su 500 decision maker aziendali. Il dato che colpisce non è l'adozione, ormai quasi universale, ma la voragine tra chi ha trasformato l'AI in un vantaggio di business misurabile e chi resta fermo alla fase dei progetti pilota.
C'è un momento, nella lettura di ogni ricerca sull'adozione dell'AI, in cui i numeri smettono di sorprendere. Il 90% delle aziende dice che l'AI ha già trasformato i propri flussi di lavoro. Il 91% cita un accesso migliore ai dati. Il 90% riporta guadagni di produttività. A questo punto del 2026, sono percentuali che ci si aspetta. Quello che continua a sorprendere è il numero successivo: solo il 18% delle aziende dichiara che l'AI sta generando un impatto significativo sui ricavi.
Il divario tra questi due dati, tra chi ha cambiato il modo di lavorare e chi ha effettivamente trasformato quel cambiamento in valore economico, è la domanda più rilevante che un consiglio di amministrazione possa porsi oggi. HCLTech, che l'ha misurato su 500 decision maker aziendali insieme a Raconteur, gli dà un nome preciso: AI Leader contro AI Follower.
Cosa separa davvero i due gruppi
Le aziende classificate come AI Leader non si limitano ad adottare l'AI: la convertono sistematicamente in crescita, innovazione e vantaggio sull'esperienza cliente. Hanno una probabilità quattro volte superiore di scalare l'AI agentica e autonoma rispetto ai Follower. La differenza operativa si misura in numeri precisi: il 73% dei Leader definisce casi d'uso misurabili fin dall'inizio, contro il 22% dei Follower. Il 63% dei Leader garantisce sponsorship da parte del top management, contro il 36% dei Follower.
Le aziende che restano indietro, i Follower, sono intrappolate in quello che il report definisce un ciclo di guadagni incrementali: valutano l'AI solo attraverso la lente dell'efficienza e del contenimento dei costi, il che limita strutturalmente la loro capacità di competere su risultati differenziati o di scalare l'impatto a livello di intera organizzazione.
La vera differenza è nelle fondamenta, non negli strumenti
Il dato più utile per chi deve decidere come investire il prossimo anno riguarda le fondamenta organizzative, non la tecnologia. I Leader hanno integrato l'AI nella strategia di business, costruito readiness sui dati e, soprattutto, hanno investito nella trasformazione della forza lavoro molto più dei Follower: il 93% dispone di programmi di upskilling strutturati, contro appena il 20% dei Follower.
Il punto critico, secondo HCLTech, è che i Leader stanno incorporando l'AI nei flussi di lavoro e nei processi decisionali quotidiani, il che consente scalabilità, adattabilità e miglioramento continuo: capacità che i Follower non hanno ancora istituzionalizzato. Il passaggio dal semplice utilizzo di strumenti all'orchestrazione di una trasformazione a livello di intera impresa è, nelle parole del report, il vero vantaggio distintivo nella maturità AI.
Pawan Vadapalli, Corporate Vice President e Global Head, Digital Business Services di HCLTech, lo sintetizza così: "L'AI è entrata in una fase decisiva, e il successo dipenderà da quanto bene le organizzazioni riescono a mettere insieme persone, dati e tecnologia. Le organizzazioni che stanno guadagnando terreno non si limitano a moltiplicare i progetti pilota: stanno ripensando il modo in cui funziona il business, incorporando l'AI nelle decisioni e nei flussi di lavoro quotidiani. È questo spostamento coordinato su leadership, cultura e fondamenta che trasforma l'AI da strumento a vantaggio reale e duraturo."
Un secondo studio che conferma la stessa diagnosi
Il dato HCLTech arriva a distanza di poche settimane dai quattro report di PwC, BCG, McKinsey e Deloitte pubblicati tra gennaio e marzo 2026, e ne conferma puntualmente la diagnosi: il divario tra chi ottiene ritorni dall'AI e chi no non è mai una questione di quale strumento si adotta. È una questione di chi guida l'adozione, con quale disciplina, e con quale capacità organizzativa alle spalle. Il numero cambia, la struttura del problema no: nel report PwC era il 56% delle aziende senza ritorno finanziario significativo, qui è l'82% senza impatto significativo sui ricavi. In entrambi i casi, la minoranza che ottiene risultati lo fa per la stessa ragione: sponsorship della leadership, disciplina nella definizione dei casi d'uso, investimento reale nelle persone.
Cosa significa per chi deve costruire il prossimo comitato esecutivo
Per un consiglio di amministrazione, la lettura pratica di questi dati è diretta. Il 18% delle aziende che vede impatto reale sui ricavi non ha comprato uno strumento migliore degli altri. Ha scelto, e continua a scegliere, le persone giuste per guidare la trasformazione: leader capaci di garantire sponsorship reale al livello più alto, di definire casi d'uso misurabili invece che sperimentazioni generiche, e di investire in modo strutturato sulla crescita delle competenze interne invece di limitarsi ad acquistare licenze software.
Quando si tratta di nominare il prossimo Chief AI Officer, CTO o CEO di una società in trasformazione, la domanda da porsi non è più se il candidato conosca l'AI. È se appartiene al gruppo che sa trasformarla in valore misurabile, l'82% del mercato dimostra ogni giorno quanto sia raro, o al gruppo, molto più numeroso, che continua a scambiare l'adozione per il risultato.
Silvio Fontaneto è Strategic Advisor e Executive Search specialist in Digital, Tech e AI. Senior Partner, Beaumont Group. Autore di "Stop Fearing AI".
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