L'87,5% dei fondi italiani usa già l'AI nella selezione dei target: cosa dice la 48ª Private Equity Confidence Survey di AIFI-Deloitte-LIUC
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PRIVATE EQUITY & VC


L'87,5% dei fondi italiani usa già l'AI nella selezione dei target: cosa dice la 48ª Private Equity Confidence Survey di AIFI-Deloitte-LIUC
A luglio 2026 Deloitte Private, AIFI e l'Osservatorio PEM della LIUC Business School hanno pubblicato la quarantottesima edizione della Italy Private Equity Confidence Survey, l'indagine semestrale che fotografa il sentiment del mercato italiano del private equity e venture capital. Ed è un'edizione che merita più attenzione di quanta ne stia ricevendo, perché per la prima volta la survey isola con chiarezza il ruolo dell'intelligenza artificiale nel processo decisionale dei fondi.
Il dato principale: l'87,5 per cento degli operatori integra oggi l'intelligenza artificiale nella selezione dei target, con un incremento di 12,5 punti percentuali rispetto al semestre precedente. Non è più un tema emergente. È un dato di mercato.
Un driver, non più un esperimento
Dentro quell'87,5 per cento la survey distingue due comportamenti. Il 37,5 per cento dei fondi considera l'intelligenza artificiale un vero driver decisionale nella scelta dei target. Il restante 50 per cento la riconosce come supporto utile, ma la mantiene ancora subordinata ai parametri di valutazione tradizionali: multipli, crescita, marginalità, qualità del management.
È una distinzione che vale la pena leggere con attenzione, perché segnala due velocità diverse all'interno dello stesso mercato. C'è un gruppo di operatori che ha già ridisegnato il proprio processo di investment screening intorno all'intelligenza artificiale, e un gruppo più ampio che la usa ancora come filtro accessorio rispetto a un metodo di valutazione che resta, nella sostanza, quello di sempre. La domanda che farei a ogni fondo con cui lavoro non è se usa l'intelligenza artificiale nel deal screening. È in quale dei due gruppi si colloca, e se lo sa con chiarezza.
Il quadro del mercato attorno al dato
Il contesto in cui matura questo dato non è di crescita lineare. Il primo semestre 2026 si è chiuso con 299 operazioni concluse, in aumento del 20 per cento sul corrispondente periodo del 2025. Per il secondo semestre, però, la survey prevede un rallentamento: circa 251 operazioni attese, in calo del 28 per cento rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, con il 73 per cento degli operatori che si aspetta uno scenario economico stabile o in peggioramento.
Le operazioni di maggiore dimensione perdono terreno, quelle sopra i 31 milioni di euro scendono di quasi 17 punti percentuali sul totale. Il Nord Italia resta l'area con la maggiore concentrazione di deal, ma il Centro e il Sud accelerano entrambi, segno di una geografia degli investimenti che si sta lentamente allargando oltre gli assi tradizionali.
In un contesto di raffreddamento del sentiment e di deal più selettivi, l'adozione crescente dell'intelligenza artificiale nello screening non è un vezzo tecnologico. È una risposta razionale: quando il numero di operazioni si riduce, la capacità di identificare rapidamente i target con il profilo di rischio-rendimento corretto diventa un vantaggio competitivo diretto tra i fondi che si contendono le stesse società.
Cosa significa per chi fa due diligence sulle persone
Il mio lavoro, nella parte che riguarda i fondi di private equity, si concentra sulla due diligence del capitale umano e sulla capacità organizzativa dei target, non sui multipli. E qui la survey lascia aperta una domanda che considero più rilevante del dato sull'adozione: quando l'intelligenza artificiale diventa un driver nella selezione dei target, quali segnali sta effettivamente leggendo?
I modelli usati nello screening sono bravi a leggere dati strutturati: fatturato, margini, crescita storica, indicatori di mercato. Sono molto meno efficaci nel valutare la qualità del management team, la tenuta della cultura organizzativa durante una fase di crescita accelerata, o la capacità di un'azienda di assorbire un cambio di proprietà senza perdere le persone chiave. Sono esattamente le variabili che, nella mia esperienza diretta con operazioni concluse e altre naufragate, fanno la differenza tra un investimento che genera valore e uno che lo distrugge nei primi diciotto mesi post-acquisizione.
Il rischio concreto per il 37,5 per cento di fondi che oggi considera l'intelligenza artificiale un driver decisionale è di lasciare che un modello ottimizzato sui dati finanziari finisca per pesare, implicitamente, meno del dovuto proprio le variabili organizzative e di leadership che restano le più difficili da quantificare e le più determinanti nel dopo-acquisizione.
Una raccomandazione operativa
Per i fondi che stanno costruendo o affinando il proprio processo di screening assistito dall'intelligenza artificiale, la priorità non dovrebbe essere aggiungere più dati finanziari al modello. Dovrebbe essere integrare, fin dalla fase di screening, indicatori strutturati sulla capacità organizzativa e sulla leadership del target, anche quando questi indicatori richiedono un lavoro umano che un algoritmo non può replicare da solo.
L'intelligenza artificiale può accelerare la prima selezione tra centinaia di target potenziali. Ma la decisione finale su quale azienda acquisire, e soprattutto su come sostenerla nei mesi successivi al closing, resta e resterà una decisione sulle persone che la guidano.
Silvio Fontaneto è Strategic Advisor e Executive Search specialist in Digital, Tech e AI. Senior Partner, Beaumont Group, dove guida la practice Tech & Digital Executive Search per l'Italia, supportando fondi di Private Equity e Venture Capital e le loro società in portafoglio.
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