L'87,5% dei fondi italiani usa già l'AI nella selezione dei target: cosa dice la 48ª Private Equity Confidence Survey di AIFI-Deloitte-LIUC

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PRIVATE EQUITY & VCLEADERSHIP & MANAGEMENTAI STRATEGY

Silvio Fontaneto

9/9/20264 min read

Nel giro di sei mesi, la quota di operatori di private equity italiani che considera l'intelligenza artificiale un elemento rilevante nella selezione dei target di investimento è salita dal 75 all'87,5 per cento. Il dato emerge dalla 48ª edizione della Italy Private Equity Confidence Survey, l'indagine semestrale condotta da Deloitte Private in collaborazione con AIFI e con l'Osservatorio PEM della LIUC Business School, pubblicata a luglio 2026. Non è un salto isolato: è l'ultimo di una serie di rilevazioni che raccontano l'AI capability di un target come un criterio di valutazione sempre più strutturale, in un momento in cui il mercato italiano del private equity si prepara a un semestre più lento e più selettivo.

L'AI entra nei criteri di selezione, ma resta un fattore subordinato

Va detto subito cosa significhi, in concreto, quell'87,5 per cento. Solo il 37,5 per cento degli operatori considera oggi l'intelligenza artificiale un vero e proprio driver strategico di investimento, capace cioè di orientare da solo una decisione. Il restante 50 per cento la considera un fattore importante, ma ancora subordinato ai criteri di valutazione tradizionali: crescita dei ricavi, marginalità, posizionamento competitivo, qualità del management. In altre parole, l'AI non ha ancora sostituito nessuno dei parametri classici della due diligence. Si è aggiunta come lente di lettura supplementare, e la sua importanza relativa sta crescendo più rapidamente della sua capacità di determinare, da sola, l'esito di una valutazione.

È una traiettoria che ricorda da vicino quella percorsa dai criteri ESG nello stesso mercato. Anche l'integrazione ambientale, sociale e di governance è passata, nel giro di pochi anni, da elemento accessorio a prassi strutturale: oggi il 27,9 per cento degli operatori italiani monitora gli standard ESG già in fase di due diligence, prima del closing, il 23 per cento implementa politiche di sostenibilità nelle società in portafoglio, e il 17,2 per cento utilizza l'ESG come leva esplicita di creazione di valore nell'analisi preliminare delle opportunità. Se l'AI seguirà lo stesso percorso, la domanda utile per chi opera nel settore non è se diventerà un criterio strutturale, ma quanto tempo impiegherà a farlo, e cosa questo significherà per le società che oggi si presentano a un fondo senza una capacità AI dimostrabile.

Un mercato che rallenta, ma diventa più selettivo

Il contesto in cui questo dato si inserisce aiuta a spiegarne il peso. Il primo semestre 2026 è stato particolarmente intenso, con 299 operazioni concluse, in aumento del 20 per cento sul primo semestre 2025, per un controvalore complessivo di 1,6 miliardi di euro. Per il secondo semestre, però, la survey prevede un rallentamento marcato: 251 operazioni attese, il 28 per cento in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il 73 per cento degli operatori ritiene che lo scenario economico resterà stabile o potrebbe peggiorare, e solo il 20,8 per cento prevede un aumento del numero di operazioni rispetto ai livelli attuali.

Il rallentamento non riguarda solo il numero di operazioni, ma anche la loro dimensione. Le operazioni sopra i 31 milioni di euro scendono al 35,4 per cento del totale, con un calo di quasi 17 punti percentuali, mentre cresce il peso delle operazioni di minoranza, salite al 14,6 per cento, e dei co-investimenti di minoranza con altri fondi. È il profilo tipico di un mercato che diventa più prudente e più selettivo insieme: meno capitale disponibile per singola operazione, ma più tempo e più criteri applicati a ciascuna di esse. In un contesto simile, è naturale che ogni elemento capace di differenziare un target dall'altro, inclusa la sua maturità sull'intelligenza artificiale, guadagni peso relativo nella decisione finale, semplicemente perché ci sono meno operazioni su cui distribuire la stessa attenzione.

Cosa significa per le società in portafoglio

Per una società che si presenta oggi a un fondo di private equity, italiano o internazionale, questo significa che la propria maturità sull'intelligenza artificiale non è più un dettaglio da menzionare en passant nella presentazione, ma un elemento che una quota crescente di investitori inserisce esplicitamente nella propria griglia di valutazione. Non si tratta, va ripetuto, di possedere la tecnologia più sofisticata sul mercato. Il 50 per cento degli operatori che considera l'AI un fattore importante ma subordinato lo sta probabilmente valutando in termini di capacità organizzativa reale di utilizzarla, non di licenze software acquistate: quanto l'AI è effettivamente integrata nei processi operativi, quanto il management è in grado di parlarne con cognizione di causa, quanto l'azienda sarebbe pronta a scalarla dopo l'investimento.

Questo sposta parte del lavoro di preparazione a un'operazione di private equity dal solo terreno finanziario a quello organizzativo. Una due diligence che oggi include la valutazione della maturità AI di un target assomiglia sempre di più, nella sostanza, a una due diligence sul capitale umano: chi in azienda guida questi processi, con quale mandato, e con quale credibilità nei confronti di un investitore che dovrà poi sostenere quella trasformazione nei tre o cinque anni successivi al closing.

Cosa cambia per chi guida i fondi

Per i team di investimento, il dato ha una seconda implicazione, meno visibile ma altrettanto concreta: se l'AI capability del target diventa un criterio di valutazione, i fondi stessi hanno bisogno di una capacità interna di valutarla con rigore, non di limitarsi a chiedere al management del target quanto sia "AI-ready". È una competenza distinta da quella tradizionale di analisi finanziaria, e i dati della survey suggeriscono che il mercato la sta ancora costruendo: la crescita di 12,5 punti percentuali in un solo semestre indica un settore che si sta attrezzando in corsa, non uno che ha già consolidato un metodo condiviso di valutazione.

Il parallelo con l'ESG resta utile anche qui. Quando i criteri ambientali e sociali sono diventati strutturali nel private equity, i fondi che li avevano interiorizzati per primi, con competenze interne dedicate e non solo con un questionario da somministrare al target, hanno costruito un vantaggio competitivo nella capacità di individuare rischi e opportunità che altri non vedevano ancora. È ragionevole aspettarsi che accada lo stesso con l'intelligenza artificiale, con una differenza: la velocità con cui questo criterio sta guadagnando peso, 12,5 punti percentuali in sei mesi, lascia molto meno tempo per costruire quella competenza con calma.

Silvio Fontaneto è Senior Partner, Beaumont Group, dove guida la Tech & Digital Executive Search Practice per l'Italia, con un focus su advisory per fondi di Private Equity e Venture Capital e le loro società in portafoglio. Autore di "Stop Fearing AI" e della trilogia "The Vector".

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